Chi era Jane Jacobs: una vita dedicata alla comunità
Jane Jacobs, nata a Scranton nel 1916, è stata una scrittrice, giornalista, antropologa e attivista capace di rivoluzionare le regole dell’urbanistica contemporanea. Inserita dal New York Times tra le “donne fastidiose” che “hanno tirato la storia per la giacca senza mai arrendersi”.
La non architetta che ha lottato contro i massivi metodi di ristrutturazione urbanistica degli anni Sessanta e Settanta delle grandi città americane. Antagonista, prima fra tutti, dei monumentali e devastanti progetti dell’urbanista Robert Moses per la città di New York. Una vera e propria pioniera degli attuali modelli di progettazione urbana a misura d’uomo, dalla città dei 15 minuti alla mobilità dolce. Capace di porre in evidenza l’importanza di spazi pubblici inclusivi e di una mixité funzionale e culturale.

La teoria della “Diversità Urbana”: i quattro pilastri
The Death and Life of Great American Cities rappresenta il libro fondante della sua ampia produzione. Il volume non si pone solo come una fervente critica all’urbanistica moderna, ma propone visioni e metodi progettuali fondati sul concetto di diversità urbana. Ostinatamente l’autrice pone in evidenza nel titolo prima la “morte” delle città e poi la “vita”, intesa come direzione a cui puntare. Una direzione basata sull’osservazione di cosa funziona e cosa no nei grandi centri abitati e ha condotto Jane Jacobs a definire i “quattro pilastri” urbani.
“Un principio che emerge dappertutto, in forme così varie e complesse, è costituito dalla necessità che le città hanno di una complessa e ben assortita diversità di usi costantemente interdipendenti tra loro sia dal punto di vista economico, sia da quello sociale.”
Jacobs concepisce quindi come elemento fondamentale il mix di funzioni e di utilizzo, che possa garantire la vitalità e la sicurezza degli spazi pubblici per tutti i fruitori – donne, uomini e bambini – a tutte le ore. A questo si aggiungono elementi più strettamente dimensionali e formali: la presenza di isolati di piccole dimensioni, per facilitare la fruizione pedonale e le possibilità di interazione; la mescolanza di edifici vecchi e nuovi, costosi ed economici, che garantisca la mixité culturale; una densità abitativa sufficientemente alta da sostenere le attività commerciali locali e la fruizione dei marciapiedi.

“Eyes on the Street”: sicurezza e vitalità nel design degli spazi
Proprio i marciapiedi rappresentano una sorta di ossessione per Jane Jacobs, che li considera i luoghi in cui si esprime la vitalità urbana. I marciapiedi rappresentano il luogo pubblico per eccellenza, dove la vita urbana si svolge, si mescola, “va in scena”. Gli spazi che determinano se un quartiere cittadino è sicuro o meno, per i suoi abitanti ma anche per i tanti estranei che vi transitano.
È proprio la sicurezza, o meglio il senso di sicurezza, l’elemento su cui insiste maggiormente Jane Jacobs. Non parliamo di vigilanza o della presenza dell’ordine pubblico, quanto di un complesso sistema di fruizione, movimento e d’inibizione esercitata dagli sguardi inconsapevoli sulla strada. Una sensazione di poter essere sempre supportati dagli altri in caso di pericolo, di sentirsi “a casa” anche fuori.
L’influenza di Jane Jacobs nella progettazione e ristrutturazione urbana oggi
Tutto questo può avvenire, secondo Jacobs, se le strade continuano a mantenere la loro dimensione pubblica e sociale. Attraverso la presenza di esercizi commerciali, di ristorazione o spazi comunitari ai piani terra degli edifici, degli affacci dei fronti principali che permetta di osservare la vita sui marciapiedi e la distinzione tra pubblico e privato. Ovvero evitare che gli spazi privati interni – cortili, aree gioco, ecc.– sostituiscano una “qualsiasi vita collettiva nel senso propriamente urbano del termine”. Una vita collettiva che non si riduce ovviamente ai marciapiedi, ma si estende nella visione di Jacobs ai parchi e alle piazze cittadine. Anchi qui l’aspetto fondamentale rimane la varietà e la mixité di funzioni, sia all’interno ma soprattutto nell’ambiente che li circonda.

L’eredità di Jane Jacobs dal New Urbanism alla città femminista
È proprio la visione di una città a misura d’uomo, pedonale e di vita collettiva e attiva l’eredità più profonda del pensiero di Jane Jacobs. Battendosi contro coloro che definiva gli imbalsamatori delle città – gli urbanisti, primo tra tutti Robert Moses – Jane Jacobs ha posto le basi per ripensare i grandi centri urbani e le metropoli. Raccontando e promuovendo città vive capaci di offrire alle persone la possibilità di vivere lo spazio pubblico come fruitori e soprattutto attori attivi nelle trasformazioni. Microcosmi urbani, antidoti all’individualismo, alla solitudine e all’alienazione.
Una visione che ritroviamo nel New Urbanism, nella Smart city e, ancor più, nella Città dei 15 minuti, il nuovo riferimento delle politiche urbane contemporanee. Un’idea di città che, sebbene Jane Jacobs non abbia mai associato all’ideologia femminista, ha molti aspetti in comune con l’approccio alla pianificazione urbana che integra la prospettiva di genere per progettare città inclusive, sicure e accessibili, mettendo al centro le esperienze quotidiane delle donne.

Perché studiare Jane Jacobs se vuoi ristrutturare casa o progettare un ufficio
Come abbiamo visto, non solo The Death and Life of Great American Cities ma l’intera produzione di Jane Jacobs si è concertata sulla dimensione urbana. Eppure, studiarla quando si ristruttura una casa o si progetta un ufficio può essere estremamente interessante. Sia per il suo utilizzo dell’osservazione diretta come strumento progettuale, sia per il suo approccio adattivo e inclusivo. In una casa, prima di avviare ristrutturazioni, si può osservare come vengono vissuti gli spazi e quali sono gli angoli “morti”, così da attuare modifiche alla planimetria. Al tempo stesso gli spazi di un ufficio possono essere pensati per favorire incontri spontanei tra colleghi. Il concetto di “eyes on street” può essere applicato attraverso la demolizione di muri o l’uso di pareti vetrate, che consentano la comunicazione visiva tra ambienti diversi. Mentre la mixité può essere applicata con ambienti che ospitano più di una funzione o che cambiano uso in base alle necessità delle persone ospitate.



