L’arte è una forma di espressione capace di veicolare messaggi, emozioni e visioni del mondo. Tuttavia, alcune opere racchiudono in sé forme di conflitto: messaggere di dominio e controllo o, al contrario, testimonianze di una libertà e affermazione capaci di generare reazioni e contrasti. Una dimensione conflittuale che spesso, purtroppo, si lega alla sfera femminile e alla volontà di definirsi e autodeterminarsi.
L’arte e l’architettura hanno rappresentato, e rappresentano ancora, ambiti caratterizzati dal predominio maschile, in cui le figure femminili capaci di emergere si contano spesso sulle dita di una mano.
Tra queste spicca certamente la figura di Eileen Gray, designer modernista capace di progettare arredi, ma anche edifici e interni, che hanno segnato la storia dell’architettura e del design. (ricordate? Vi abbiamo già raccontato la sua storia).

Arte come invasione dello spazio personale
É il 1929 quando Gray termina la costruzione del suo primo edificio,in un terreno che si affaccia sul mare della Costa Azzurra: la villa realizzata per sé e il suo compagno, Jean Badovici, architetto e direttore della rivista Architecture vivante. La E1027, sigla apparentemente sterile che invece raccoglie in sé quell’unione, rappresentando le iniziali e i numeri corrispondenti alle iniziali dei loro nomi mischiati (E, 10-J, 2-B, 7-G).
Un progetto totale, che coinvolge le pareti, i solai, le vetrate ma anche gli arredi, gli arazzi e i tappeti. Un gioco di volumi puri, di luce e di equilibri. Un progetto in cui il candore viene a tratti umanamente, vivacemente e sensibilmente interrotto dagli elementi metallici degli arredi o dai tessuti.

Equilibri che saranno sconvolti solo pochi anni dopo. Infatti a seguito della separazione tra Gray e Badovici, quest’ultimo invita l’amico Le Corbusier a soggiornare nella villa, il quale, in preda alla gelosia, a un desiderio di possesso o forse per puro scherno decide di dipingere le bianche pareti con colori vividissimi.
Murales che parlano della bisessualità di Eileen e del rapporto intimo con Badovici. Opere pittoriche che Le Corbusier realizza completamente nudo, facendosi fotografare nell’atto, quasi a voler ostentare la sua superiorità e predominanza, data dal solo fatto di essere un uomo.
Interventi che Eileen Gray sente come una violenza, che la allontana definitivamente da quella casa, da quelle relazioni e, per moltissimi anni, dal riconoscimento che meritava.
Arte come forma di denuncia ed empowerment
Una storia che parla di prevaricazione, di potere e del tentativo di sottomettere una figura scomoda in quanto donna. Concetti che rimandano al mondo dell’arte, alle moltissime artiste che nei secoli hanno usato medium differenti per raccontarli e denunciarli. Come nella performance Rhythm 0 di Marina Abramovic, realizzata nel 1974 in una galleria d’arte di Napoli, che attraverso alcuni oggetti e il proprio corpo ha avuto la forza di mostrare cosa significa essere donna in una cultura profondamente misogina, svelando il desiderio diffuso di dominare ed esercitare una posizione di potere, testimoniando in maniera viscerale e diretta la banalità del male.

Concetti che riecheggiano ancora ai giorni nostri e di cui una scultura decapitata in Texas è la testimonianza più recente. Witness, realizzata dall’artista pakistana Shahzia Sikander, incarna una figura femminile con le corna di ariete, a rappresentare forza e saggezza, e un colletto di pizzo che richiama quelli indossati dalla giudice della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg. Un inno alla forza femminile connessa al tema della giustizia.

Un’opera posizionata nel campus dell’Università di Houston e fortemente contrastata da parte di gruppi anti-abortisti che percepiscono questa figura femminile, libera e fiera, come un’immagine da contrastare e censurare. Un bisogno talmente forte da condurre alcuni uomini ad agire fisicamente: lo scorso 8 luglio, di notte, la statua bronzea è stata decapitata. Un gesto vandalico. Un atto che ha trasformato l’opera in una concreta testimonianza della regressione dei diritti delle donne negli Stati Uniti come nel resto del mondo. Un messaggio che la stessa artista ha deciso di non nascondere, ma anzi di amplificare, lasciando l’opera senza testa.



