Il 2025 ha rappresentato l’anno della consacrazione – finalmente anche in Italia! – di Elizabeth Diller nell’architettura contemporanea. Leone D’Oro alla Biennale di Venezia, curatrice di una mostra esemplare al MAXXI di Roma, ospite di alcuni degli eventi più importanti del settore, come Cersaie, oltreché ultra-citata per gli innovativi depositi del V&A Museum a Londra. Se nel nostro Paese il suo nome inizia oggi a riecheggiare tra professionisti e pubblico, basta uno sguardo rapido alla sua carriera per capire l’importanza di questa architetta nel panorama internazionale.
Classe 1954, polacca, si trasferisce a New York dove si forma alla Cooper Union e fonda nel 1981 lo studio Diller Scofidio, assieme a Ricardo Scofidio; suo partner nel lavoro e nella vita, così come per Denise Scott-Brown e Robert Venturi. Uno studio di architettura costantemente in dialogo con l’arte, a cui si deve la realizzazione di alcuni degli edifici più iconici della New York del nuovo millennio, così come l’ideazione di installazioni e pratiche performative.
Scopriamo il lavoro di Diller Scofidio + Renfro (dal 2004 al duo si aggiunge infatti Charles Renfro) attraverso alcune delle loro più iconiche installazioni.

Mile-Long Opera: a biography of 7 o’clock (2018)
La High-Line di New York, l’ex tracciato ferroviario sopraelevato trasformato in un parco lineare, rappresenta uno dei progetti più noti dello studio di Elizabeth Diller. Un manifesto del riuso e della progettazione di paesaggio nell’architettura contemporanea, visitato da migliaia di persone ogni giorno e imitato nelle città di tutto il mondo. Un importantissimo intervento di rigenerazione urbana, che ha trasformato la Grande Mela nei primi anni 2000, ma al tempo stesso causa di uno dei più noti processi di gentrificazione.
“Oggi è una delle zone più costose della città, ma i residenti, gli artisti, sono stati buttati fuori. È diventata una zona per ricchi, anche se rimane uno spazio pubblico.” – Elizabeth Diller
Nasce proprio in risposta a questa crescente deriva urbana, l’opera Mile-long Opera: a biography of 7 o’clock. Una performance corale e relazionale, ideata assieme al compositore David Lang e ospitata proprio lungo la High Line. Un coro di 1000 cantanti provenienti da tutta la città, disposti lungo il parco, protagonisti di una narrazione musicale replicata per sei giorni alle 19.00. Un orario simbolico: il passaggio dal giorno alla sera, tradizionalmente associato alla famiglia e alla casa ma oggi più imprevedibile e vario. Una narrazione che prende spunto da interviste fatte a newyorkesi di diversa estrazione sociale, le cui esperienze individuali riflettono modi unici di affrontare la vita urbana contemporanea tra ansia, umorismo, nostalgia, vulnerabilità, gioia e indignazione.

Ventilator (1993)
Un’installazione mai realizzata dei primi anni Novanta raccoglie in sé diverse tematiche del lavoro di Elizabeth Diller: la relazione tra architettura, media e arte; l’uso delle facciate come dispositivi di comunicazione; la costante trasformazione ed evoluzione delle architetture. Il progetto infatti prevedeva la dematerializzazione dello scalone neoclassico del Museo di Arte Contemporanea di Chicago in un pannello elettronico di comunicazione. Un enorme schermo pronto a raccogliere i pensieri di artisti, ricercatori e curatori e proiettando le loro parole nella città attraverso lo scenico scalone monumentale composto di 32 gradini. Un’installazione che richiama il filone di pratiche artistiche legate ai media digitale o luminoso – come le grandi proiezioni di Jenny Holzer – e molti anni dopo porterà gli stessi Diller Scofidio + Renfro alla definizione del progetto dello spazio pubblico del Lincoln Center di New York, una piazza a gradoni dove gli scalini trasmettono messaggi luminosi.

Canal Café (2025)
L’installazione con cui Elizabeth Diller ha ricevuto il Leone d’Oro alla 19esima Biennale di Architettura di Venezia è per metà un laboratorio e per metà uno spazio conviviale. Attraverso un sistema ibrido di biofiltrazione naturale e tecnologica, l’acqua estratta dai canali dell’Arsenale è stata purificata, mineralizzata e utilizzata per la produzione di caffè. Una performance urbana che invita a riflettere sulla sostenibilità, sull’inscindibile legame tra l’acqua e la città di Venezia e sul potenziale resiliente dei territori costieri, unendo la ricerca ambientale con la ritualità di un gesto quotidiano. Il “bere Venezia” trasforma così un gesto semplice in un atto politico e poetico, riunendo in un progetto le diverse anime – arte, architettura, sperimentazione e sensibilità ambientale – di Elizabeth Diller.




